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Approfondimento storico filosofico

AmanuensiHerbaria

L’esigenza di raffigurare le piante medicinali nacque contestualmente all’idea di descriverle. L’immagine infatti compensava le imprecisioni del testo e ne facilitava il riconoscimento.
L’erbario più antico è quello di Crateva, medico di Mitridate VI (II sec. a.C.), noto per la grande cultura sui veleni. Uno degli erbari più antichi esistenti nell’Occidente è il Materia Medica di Dioscoride, che operò a Roma nel I sec. d.C. L’erbario rappresentava una sintesi di scienza, botanica, medicina ed arte. Era un vademecum per i medici e gli studenti di allora, serviva per riconoscere le piante medicinali e per memorizzarne le proprietà terapeutiche.
Con l’avvento della stampa e l’affinamento delle tecniche di incisione l’erbario ricoprì un ruolo fondamentale nella diffusione del sapere botanico.
Molti diventarono veri e propri florilegi. Oggi il termine erbario ha il significato di collezione di piante essiccate con finalità metodologiche e scientifiche.

 

PILLOLE DI STORIA

Preistoria

L’uomo primitivo passa dall’osservazione e dall’impiego istintivo delle erbe curative ad un loro uso intelligente. In mancanza di risposte logiche, però, ne attribuisce gli effetti ad entità soprannaturali. Le piante spesso sono considerate in stretta relazione con le divinità. Nascono i primi esperti di piante (shamani).

 

3500-800 a.C.

Nelle civiltà antiche il sapere e le conoscenze si evolvono. La trasmissione orale praticata !no allora viene integrata da quella scritta (tavolette d’argilla, libri sacri, manoscritti, iscrizioni murali, ecc.). Inizia la differenziazione tra l’uso colto, soprattutto in ambito sacerdotale, e l’uso popolare delle erbe curative.

V sec. a.C.

In Grecia, la medicina da pratica-empirica o sacerdotale si trasforma in scienza grazie ad Ippocrate di Coo e alla sua scuola. La formulazione della teoria umorale, il principio di diagnosi olistica, la scelta mirata del medicamento naturale e il ricorso al dosaggio segnano l’inizio della medicina allopatica.

 

I-II sec d.C.

A Roma emergono Dioscoride e Galeno, figure che rimangono indiscusse per tutto il Medioevo ed oltre. Il primo cataloga in modo organico le proprietà curative delle piante, il secondo introduce il metodo sperimentale ed analitico, il concetto di complessione nella teoria umorale e le preparazioni composte.

 

IX-XI sec.

L’assistenza ai malati è affidata ai monaci. Si sviluppa la medicina monastica. Le grandi abbazie sono fornite di infermeria, farmacia e orto delle piante medicinali o dei medicamenti semplici (Hortus conclusus). Gli Arabi ereditano la tradizione medica greca e fanno conoscere le opere antiche in Occidente.

 

X-XIII sec.

La Scuola Medica Salernitana costituisce, in ambito laico, una felice convergenza di cultura medica. Sulla tradizione latina, infatti, s’innesta quella greco-orientale ripensata e commentata dagli Arabi. L’interesse per la dietetica e l’igiene integra e completa le conoscenze nel campo della terapia con le piante.

 

XII-XIII sec.

Le Crociate, la nascita delle Repubbliche Marinare e la conseguente attivazione di scambi commerciali – da una parte l’Europa e dall’altra l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia - creano un flusso diretto e costante di rimedi esotici, ad esempio senna, bezoar ed alcool, che vanno ad affiancare stabilmente quelli autoctoni.

 

XIII sec.

Nascono le università, centri culturali che, benché permeati di dogmatismo aristotelico-galenico, gettano i presupposti per il futuro sviluppo del sapere razionale, di cui è paladino Alberto Magno. In medicina lo studio delle piante salutari resta fondamentale: nasce lo speziale, figura addetta alle preparazioni.

 

XIII-XIV sec.

L’alchimia si pone il problema della composizione della materia e della trasmutazione dei metalli. Per quanto riguarda in particolare le piante si pone alla ricerca della quintessenza (quinta essentia), cioè della sostanza responsabile dell’attività terapeutica. Anche l’alcool permette di ottenere estratti più efficaci.

 

XIV-XV sec.

Il carattere paneuropeo della cultura accademica favorisce la scienza delle piante medicinali, alla cui descrizione ora è associata l’immagine (herbari), per quanto legata a criteri signaturali per i quali una specie vegetale porta nella forma, nel colore o nel sapore i segni dell’organo o della malattia che è in grado di curare.

 

XV sec.

L’invenzione della stampa uniforma in tutta Europa il sapere delle erbe negli ambienti colti. Si creano aspetti contrastanti tra gli usi formali da parte della medicina accademica e quelli empirici praticati in ambito popolare, dove emergono figure non sempre giustamente valutate (streghe, ciarlatani e cerusici).

 

Fine XV sec.

La scoperta dell’America nel 1492 apre nuovi orizzonti allo studio e all’impiego delle piante curative. Molte passano dalla medicina tradizionale americana all’uso terapeutico corrente, sulla scorta delle relazioni di missionari e di botanici esploratori. Alcune specie, come la china, rivestiranno un ruolo di primo piano.

 

XVI sec.

Aumentano gli studiosi (Fuchs, Dodoneo, Mattioli, ecc.) che osano commentare i testi classici di piante medicinali !no allora usati. Le università istituiscono gli Orti dei Semplici per la conoscenza delle piante salutari direttamente dal vivo (Ostentio simplicium). Cesalpino lancia l’idea degli erbari essiccati (exiccata).

 

XVI-XVII sec.

In campo farmaceutico nascono i ricettari e gli antidotari, che descrivono e uniformano il variopinto mondo delle formulazioni. Approvati dalle autorità civili, daranno origine alle farmacopee, testi normativi ufficiali atti a garantire la buona qualità di fabbricazione e l’efficacia dei medicamenti.

 

XVII sec.

Nasce il metodo sperimentale, premessa alla rivoluzione scientifica del secolo successivo. In terapia aumenta l’esigenza di catalogare sistematicamente le piante, di conoscere la loro composizione, di arrivare all’identificazione delle sostanze attive e di rendere costante e uniforme la loro attività.

 

XVII-XVIII sec.

Gli studi naturalistici sulle piante prevalgono su quelli medico-applicativi. La botanica, per millenni studiata in funzione della medicina, diventa scienza naturale autonoma. Linneo introduce il sistema di classificazione delle piante basato sulla struttura !orale nonché la denominazione binomia tuttora in vigore.

 

XVII-XVIII sec.

A partire da Paracelso la spagiria, erede dell’alchimia, si trasforma in iatrochimica, scienza che fa dipendere i processi fisiologici e patologici esclusivamente dai fenomeni chimici. Si gettano in embrione le basi della ricerca strutturistica e chimica, che porterà al decadimento dell’uso delle piante.

 

XIX sec.

All’inizio dell’Ottocento in biologia viene formulata la dottrina cellulare degli organismi (ma la cellula è nota da circa due secoli) e in chimica si assiste ai primi successi nell’isolamento delle sostanze attive delle piante. La prima sostanza isolata è la morfina nel 1805. Ne seguono subito altre, ad esempio la chinina.

 

XX sec.

La chimica moderna isola e copia le singole molecole dalle piante, passando poi a produrle industrialmente per via sintetica. Questo indirizzo è determinato dalle diverse difficoltà produttive, ma principalmente dalla possibilità di brevettare le sostanze di sintesi e non quelle naturali. Terzo millennio L’uomo non potrà sopravvivere se continua a superare le leggi biologiche. È proprio questa nuova presa di coscienza che sta aprendo nuovi e moderni spazi di ricerca sulle piante medicinali (difficilmente brevettabili) in contrapposizione ai prodotti geneticamente modificati (brevettabili).

 

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