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I pigmenti vegetali nell'illustrazione botanica

Le piante coloranti hanno sempre ricoperto un ruolo molto importante nella realizzazione delle tecniche artistiche, contribuendo al loro sviluppo ed al loro perfezionamento.
L’introduzione del colore aumenta il valore artistico delle incisioni botaniche, che vengono considerate non solo come illustrazioni ma come vere e proprie opere d’arte; inoltre il colore dei fiori aiuta nell’identificazione delle piante medicinali. I pigmenti vegetali si estraggono dalle piante mediante la macerazione o la macinazione: il loro principale requisito è di essere resistenti ma poco acidi, in modo da non danneggiare la carta.

I pigmenti blu si ricavavano dal guado (nome volgare della Isatis tintoria) pianta conosciuta fin dall’antichità anche per le sue proprietà medicinali e diffusa in tutta Europa. In Italia era coltivata soprattutto nelle Marche e nella zona di Aboca dove era usata anche per tingere le stoffe fiorentine.
Il blu del guado venne spesso sostituito dall’indaco estratto dall’Indicofera tintoria, pianta proveniente dall’India dalla quale si otteneva un pigmento molto più stabile e concentrato.

Tra i pigmenti verdi quelli più usati erano il verde dell’iris estratto dal succo dei fiori di Iris che, pur essendo blu, pestati in un mortaio rilasciavano una sostanza colorante verde brillante ed il verde scuro vescica, estratto dalle bacche di ramno.

I più adoperati fra i pigmenti gialli erano quelli estratti dalla curcuma o dallo zafferano. Entrambe queste spezie, di provenienza orientale, erano usate ampiamente anche in cucina.

Tra i pigmenti rossi più resistenti ricordiamo il legno rosso del Brasile (Caesalpina brasilensis) e la Robbia domestica.

Tra i pigmenti neri il più importante era il nero di vite: questo si preparava bruciando in appositi forni, i legni di vite o legni molto resinosi e raccogliendo poi la fuliggine dalla quale si otteneva il pigmento.

 

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