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Dall'antica farmacopea all'industria farmaceutica

L’uomo, dal momento in cui comprese l’utilità delle piante per la cura della salute, cominciò a raccoglierle e ad usarle. Quando ancora viveva in simbiosi con la natura, custodiva personalmente il patrimonio di conoscenze sulle erbe medicinali.
Con l’organizzarsi delle comunità tribali, nacquero i raccoglitori di piante che, essendo diventati buoni conoscitori del settore, erano in grado di stabilire il momento giusto per la raccolta e le regole riguardo l’impiego. Cambiando le condizioni di vita, le antiche conoscenze vennero integrate da nuovi precetti che migliorarono i metodi di preparazione dei rimedi naturali.

Presso ogni popolo, poi, tali conoscenze andarono a costituire il fondamento della medicina tradizionale e, nelle civiltà più evolute, furono codificate in testi scritti chiamati erbari.
Gli erbari, quindi, sono testi che raccolgono tutte le notizie sulle erbe medicinali dal punto di vista botanico e terapeutico. Tra i più autorevoli possiamo ricordare quello enciclopedico di Dioscoride (I secolo d.C.), che sintetizza un po’ tutte le pratiche fitoterapiche dei Romani, dei Greci, degli Africani, degli Egizi e di altri popoli.
Ma già a due secoli prima, nel mondo occidentale, risale lo studio delle piante, mirato alla creazione di una vera e propria scienza medica, attraverso la comprensione del meccanismo di immunità ai veleni. La loro diffusione e il loro uso criminale era tale che Mitridate, re del Ponto, volle necessariamente trovare un antidoto efficace.

Ne incaricò il suo medico Crateva, che da un lato approfondì la conoscenza della tossicità delle sostanze e dall’altro sperimentò l’efficacia degli antidoti, servendosi degli schiavi.
Era il primo passo, di fatto, verso la preparazione di prodotti medicinali in funzione di antidoti. Il primo fu proprio il Mitridato, così chiamato in onore di Mitridate. Il più famoso, però, è la Theriaca, un composto messo a punto più tardi da Andromaco, medico di Nerone, e formato da decine di sostanze, prevalentemente d’origine vegetale, ma anche animale. Infatti, conteneva anche carne di vipera, il che spiega il suo utilizzo come antidoto contro il morso di serpenti. Per molti secoli, poi, venne adoperato anche come farmaco per la cura di moltissime malattie come la peste, il mal di testa cronico ed il mal di fegato.

La tecnica farmaceutica estrattiva

Agli inizi dell ‘800 l’uomo riuscì a individuare e poi isolare i principi attivi responsabili dell’azione terapeutica svolta dalle piante medicinali.
La prima sostanza naturale isolata allo stato puro fu la morfina, nel 1805. Si realizzava, così, il sogno degli antichi alchimisti, protesi a cercare il quid, cioè l’ignota sostanza che valorizzava le piante sul piano farmacologico.

Il passaggio ad una vera e propria industria chimica farmaceutica estrattiva fu breve e altre sostanze, citiamo per esempio la caffeina e la salicina, alla base della notissima aspirina, andarono ad arricchire la lista delle sostanze naturali vegetali oggi conosciute.
Nel 1853, inoltre, si scoprì la somministrazione dei farmaci per via intramuscolare e questa pratica aprì la strada all’utilizzo di una preparazione solubile concepita in modo molto diverso dalla classica tisana di erbe.

Tuttavia le piante medicinali continuarono ad essere usate, sulla scorta dei precetti derivanti da quel grande contenitore culturale che è l’esperienza popolare.
Il preparato medicinale di origine vegetale arreca all’organismo un complesso di sostanze chiamato fitocomplesso: alcune sono le vere responsabili dell’azione farmacologica, altre sono sinergiche in quanto potenziano l’assorbimento e l’attività delle prime, altre ancora evitano l’insorgenza di effetti collaterali. Infatti un farmaco quando viene somministrato produce due effetti uno benefico l’altro nocivo; l’effetto benefico deve superare quello nocivo ma questo non sempre avviene poiché l’effetto del farmaco dipende dal singolo individuo.

 

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