Le ceramiche: cenni storici

I vasi da farmacia sono i testimoni dei progressi tecnici ed estetici realizzati nell’arte della ceramica. Progresso tecnico per la necessità di disporre di un materiale sempre più impermeabile, per evitare la fermentazione degli zuccheri e l’irrancidimento dei grassi e migliorare così la conservazione delle sostanze medicamentose. Progresso estetico per il desiderio di mettere in mostra i vasi più decorativi e più ricchi secondo la moda più recente. Il materiale più anticamente usato è la terra verniciata (terraglia), l’uso popolare del quale si è prolungato fino al XVIII sec., talvolta arricchito da un decoro sgraffito.

Gli scavi recenti hanno mostrato l’apparizione in tutta l’area Mediterranea dall’inizio del XIII sec., di due nuove tecniche: le ceramiche a vetrino piombifero su ingobbio e le ceramiche a vetrino opacizzato allo stagno, chiamate smaltate alle quali è stato dato il nome di protomaiolica. Queste produzioni sono caratterizzate da due colori predominanti il verde del rame e il bruno del manganese. La vera maiolica (da “opus malica”, opera di Malaga) apparve più tardi, nel XIV sec. sotto l’influenza della Spagna Ispano-Moresca, che esporta delle grandi quantità di vasellame lucido verso tutta Europa.

La produzione italiana del tardo Medioevo si caratterizza così per la coesistanza delle differenti tecniche descritte e l’innovazione di nuovi modelli decorativi, influenze delle quali l’Italia si fa crogiolo: l’Europa gotica (foglia gotica), l’Islam orientale (palmetta persiana) e occidentale (Italo – Moresco), la Cina (porcellana), a fianco dei decori di creazione locale come il decoro alla zaffera in rilievo poi diluito in Toscana, “a foglie e a frutti” a Venezia e soprattutto “istoriato” a Faenza e nelle Marche. Alla predominanza spagnola della “loza dorada” del XV sec. Sotto il segno dell’oro, succederà la predominanza italiana del colore, così bello sulla tavola dei principi come sugli scaffali dei farmacisti che continuano a vendere le droghe fabbricate in Italia come l’Orvietana e la Teriaca di Venezia.

Percorso storico-filosofico

Scuola Medica di Salerno (IX-XV sec. d.C.) raccolse e fuse in un’unità culturale diverse tradizioni del passato come quella greca, latina ed araba. E’ la più antica ed illustre istituzione medievale medica del mondo occidentale. Grande peso ebbe lo studio delle erbe medicinali, alle quali era affidata la cura di ogni malattia. I precetti fondamentali della Scuola sono raccolti nel Regimen Sanitatis Salernitanum (o Flos medicinæ Scholæ Salerni), un trattato in versi leonini, di letteratura medica e saggezza popolare, che si ispira alla virtù dei medicmenti semplici e ai precetti di una rigida igiene alimentare e fisica, oltre che morale.
La fiducia nel potere terapeutico delle piante era notevole: uno dei concetti dominanti era che solo “Contra vim mortis non est medicamentum in hortis”, solo contro la forza della morte non si trova un medicamento nelle piante. Rappresentanti sommi di questa scuola furono Costantino l’Africano, traduttore delle opere arabe, il celeberrimo Arnaldo da Villanova (considerato uno dei più grandi sapienti del tempo) e Matteo Silvatico, autore delle Pandette, una enciclopedia che illustra numerosissimi rimedi vegetali.