I mortai: cenni storici

L’uso del mortaio in cucina e in medicina è di antichissima tradizione e vari sono stati nei secoli i materiali della sua composizione: pietra dura, marmo, alabastro, ferro, argento, rame, legno, terracotta, ceramica, vetro, bronzo. Nella spezieria il più usato è stato il mortaio in bronzo, che veniva forgiato nelle botteghe di molte località europee (in Italia soprattutto nel Veneto e nella Toscana) utilizzando lo stesso stampo usato della fusione delle campane.
La forma resta molto semplice fino al 1300 quando le uniche decorazioni sono le costolature verticali o i semplici pomoli di presa. Nel 1400 compaiono modesti fregi e cartigli con motivi geometrici o religiosi.
È nel secolo successivo che il mortaio diventa un oggetto d’arte molto curato: le decorazioni delle anse sono superfici lavorate di varia simbologia e presentano soggetti animali e vegetali; compaiono le dediche e le date. Nel 1600 e alla fine del 1700 si fanno più evidenti le decorazioni e si impreziosiscono le forme floreali.

Percorso storico-filosofico

A partire dal 3000 a.C. i Babilonesi conoscevano e coltivavano già molte piante a scopo medicinale. Su alcune tavolette d’argilla sono descritte in caratteri cuneiformi le virtù terapeutiche dell’aloe e della belladonna e sono vantate le proprietà analgesiche della canapa indiana. Vi sono accenni anche riguardo alla figura del medico che cura con le piante. Il criterio generale era che Aura Mazda, la divinità del bene, avesse creato almeno una pianta per guarire ogni malattia.
L’arte dell’imbalsamazione si svilupò in Egitto sulla base di discrete conoscenze fitoterapiche e della capacità di estrarre dalle piante essenze e resine, sostanze dalle spiccate proprietà antimicrobiche come la trementina e la mirra. Gli Egiziani (3000-1000 a.C.) conoscevano più di settecento forme di medicamenti. Il documento più famoso è il papiro di Ebers (1550-46 a.C.), una antesignana farmacopea come specificato dalle prime parole: “Qui incomincia il libro delle preparazioni dei medicamenti adatti a tutte le parti del corpo d’un ammalato…”.
Vi sono elencate cinquecento piante medicinali con le loro proprietà, tra cui il ricino, il giusquiamo e l’oppio.

Tra il 2500 e 1500 a. C. la medicina indiana (in sanscrito: Ayurvedica) utilizzava seicento piante medicinali, tra le quali, a titolo esemplificativo, l’elleboro nero, che veniva usato con funzione purgativa per curare i disturbi mentali e nervosi, lo zenzero ritenuto una panacea e la genziana, una specie in grado di fornire vigore e lunga giovinezza. Un antico farmaco indu derivato dalla radice della pianta indiana Rauwolfia serpentina fu la fonte del primo tranquillante moderno.
La terapia a base di erbe e l'agopuntura nacquero in Cina circa 3000 anni fa. Il Pent’ sao Shing (2700 a. C.) è uno dei testi più antichi di fitoterapia. I cinesi conoscevano le virtù terapeutiche del ginseng considerato un rimedio afrodisiaco e ricostituente, efficace contro la sterilità, ma anche i reumatismi e la cataratta. Piante medicinali molto note erano anche l’efedra, la liquirizia, il carciofo, la celidonia, il rabarbaro, il melograno, lo zafferano, il colchico, il lichene, il prezzemolo, l’edera e la ginestra.

Le piante costituirono l’elemento basilare della farmacopea greca (V sec. a.C.-.) Diverse furono le scuole che si occuparono di medicina. La medicina pre-ippocratica era fondata su concezioni religioso-filosofiche, attive in parecchie città: lo stesso Pitagora s’interessò delle virtù magiche delle piante. Le scuole che raggiunsero una certa rinomanza furono quelle di Coo, Cnido e Rodi.
Ippocrate segna il passaggio fondamentale verso la concezione razionale della medicina e della terapia. Nel Corpus Hippocraticum, una raccolta di scritti medici del V sec. a.C., è prescritto il rimedio vegetale per ogni malattia e viene dato risalto alla forza risanatrice della natura. Ippocrate, considerato a ragione il padre della medicina, aveva già individuato le proprietà analgesiche del salice.
Uno dei criteri ai quali si atteneva era: “Io tengo per fermo che non c'è altra via per giungere a conoscenze esatte sulla natura, fuor della medicina”. Il primo studioso greco ad occuparsi scientificamente della classificazione e dell’uso delle piante fu Teofrasto (III a. C.) formatosi alla Scuola di Aristotele. Molte delle specie citate nella sua Historia plantarum sono in uso ancora oggi.

La medicina romana (III a.C. – III d.C.) fu originale nel campo delle specializzazioni, nell’igiene pubblica, nell’ingegneria sanitaria e nella medicina legale. In campo terapeutico, in un primo tempo, si rifece alla medicina tradizionale più antica e già Catone (III-II sec. a.C.) nel De agricoltura citava molte piante medicinali. Plinio il Vecchio (I sec. d. C.) nella Naturalis Historia dedicò molti libri ai rimedi tratti dal mondo vegetale. Medici famosi furono Musa e Celso, quest’ultimo autore del De medicina; ma la vera fama della medicina romana si deve a due medici d’origine greca.
Fu Dioscoride (I sec. d. C.) a stilare la prima vera catalogazione delle piante secondo le loro affinità terapeutiche. Nel suo De materia medica, un’opera che ha goduto di grandissima notorietà, vi sono menzionate 519 piante, le loro proprietà medicinali e il loro impiego farmacologico, valido ancora oggi.
A Galeno (II-III d.C.), invece, si deve la dottrina dei quattro temperamenti (sanguigno, flemmatico, collerico, bilioso) e la creazione di un sistema utile ad inquadrare le diverse patologie e i corrispondenti rimedi nell’ambito della teoria umorale ippocratica rivista e migliorata.