Il XVIII secolo come momento di passaggio



“Nulla si crea, nulla di distrugge, ma tutto si trasforma”.

In una frase sono racchiusi i dogmi dello sviluppo della chimica delle sostanze naturali, che inizia alla fine del Settecento a opera dello scienziato francese Antoine Laurent Lavoisier.

In questa stanza il farmacista preparava i composti galenici destinati alla vendita, con gli ingredienti preparati su larga scala dai laboratori industriali. All’interno del laboratorio si può vedere come gli strumenti di lavoro siano cambiati per adeguarsi alle nuove scoperte: non più voluminosi strumenti per la trasformazione chimica degli ingredienti, ma delicate bilance, distillatori e vasi in vetro, perché al farmacista restava sostanzialmente il compito di analizzare e confezionare le ricette magistrali.

È tra il 1700 e il 1800 che si scoprono numerosi principi attivi vegetali: il chinino, la caffeina, la morfina, la codeina e la salicina.

Dall’isolamento di questi e altri principi attivi vegetali si esplica la volontà dell’uomo di gestire i meccanismi di azione delle piante, nel desiderio di superare la dipendenza dalla natura.



Il periodo che inizia alla fine del Settecento è segnato dall'opera dello scienziato francese Antoine Laurent Lavoisier (1743-1794) che, respinta definitivamente la teoria del flogisto, pone le basi della chimica moderna.

Un susseguirsi di scoperte danno una nuova fisionomia alla farmaceutica dell'Ottocento: fra i numerosi principi attivi vegetali si possono ricordare il chinino, la caffeina, la morfina, la codeina, la salicina (alla base della notissima aspirina); fra i nuovi prodotti inorganici di sintesi ricordiamo il cloroformio, lo jodio, il bromo e il citrato di magnesio.

Nei laboratori di spezieria si affermano prodotti derivati essenzialmente dalla chimica farmaceutica: gli ingredienti medicinali sono preparati su larga scala dai laboratori industriali e raggiungono le farmacie tramite la distribuzione all'ingrosso. Si restringe sensibilmente, insomma, il campo di competenze del farmacista al quale restano sostanzialmente l'analisi e il controllo dei medicamenti e il confezionamento delle ricette magistrali.

Egli si limita a comporre pastiglie, pillole, granulati, sciroppi, unguenti, olii medicati, pomate, tinture. Lo stesso laboratorio della farmacia segnala questo cambiamento: si riducono progressivamente le apparecchiature di trasformazione chimica in favore di quelle per le lavorazioni meccaniche finali; vasi e recipienti diventano omogenei e dozzinali, le etichette sono ormai prestampate in serie.

Il laboratorio fitochimico simboleggia il travaglio intellettuale ed esistenziale dell'uomo, ossessionato dall'idea di dominare la natura e le sue leggi chimico-fisiche. È frutto, quindi, non solo della presunzione filosofica di arrivare a possedere gli strumenti che regolano la vita degli organismi viventi, quanto una sommatoria di esperienze sempre più spinte e sofisticate condotte all'interno della materia, di derivazione alchemica e iatrochimica, tese a svelare il "segreto" delle proprietà dei rimedi. In particolare, per quanto riguarda le piante medicinali, l'isolamento dei principi attivi e la possibilità di gestire il loro meccanismo di azione si inserisce nell'iter cognitivo della natura e nel superamento della dipendenza da essa. Un processo che, portato all'estremo, è arrivato oggi fino al superamento delle stesse leggi naturali.